Covid, il Pentagono partorisce un microchip per monitorare la pandemia

Un microchip per tenere sotto controllo la diffusione della malattia, un filtro per dialisi capace di eliminare il virus dal sangue: le idee futuristiche della Difesa Usa per contrastare Covid e non solo.

Covid, un microchip per la diagnosi precoce del contagio (image by CDC from pexels.com)
Covid, un microchip per la diagnosi precoce del contagio (image by CDC from pexels.com)

Alzi la mano chi si farebbe impiantare un microchip sotto pelle per contrastare la diffusione del Covid, sapendo che si tratta di un’iniziativa della divisione ricerca avanzata del Pentagono. In pochi, scommettiamo. Eppure il Dipartimento della Difesa americano sta lavorando a questa e ad altre soluzioni quanto mai avveniristiche per contrastare la pandemia attuale e quelle che potrebbero scoppiare nel futuro.

A parlarne in un’intervista alla CBS è stato Matt Hepburn, colonnello in pensione e un carriera ultra-ventennale da infettivologo, oggi a capo dell’unità di crisi contro la pandemia della Darpa, l’Agenzia della Difesa per i Progetti di Ricerca Avanzata, alle dipendenze dirette del Pentagono. Hepburn ha spiegato che non si tratta di un mezzuccio per monitorare i cittadini, bensì di una tecnica di diagnosi precoce su individui asintomatici.

Covid, il microchip sotto pelle non è l’unica “arma” del Pentagono

Il nuovo test pcr provetta
Il Pentagono avrebbe sviluppato anche un filtro per dialisi che distrugge il virus (image from Pixabay)

Hepburn ha provato a spiegare in soldoni in cosa consiste il microchip: “Parliamo di un gel che può ricordare un pezzettino di stoffa – ha detto il militare al programma 60 Minutes -. Una volta inserito sotto pelle, è in grado di dirci se ci sono reazioni particolari nel nostro sangue. In questo modo può segnalarci [la presenza del virus e] che l’indomani potrebbero manifestarsi dei sintomi”.

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Ma se il microchip sarebbe un’arma per fermare sul nascere la diffusione del virus, la Darpa ha messo a punto anche un metodo per curare un’infezione giunta ormai all’ultimo stadio. Hepburn ha infatti descritto una macchina per dialisi dotata di un filtro capace di “rimuovere” il virus dal sangue.

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Il trattamento sarebbe stato utilizzato con successo sulla moglie di un militare, denominata “Paziente 16”: la donna era ricoverata in terapia intensiva e la crisi aveva ormai coinvolto diversi organi, non solo i polmoni. Dopo quattro giorni attaccata alla macchina per la dialisi, la Paziente 16 è stata dichiarata “perfettamente guarita” dal Covid. Da quell’episodio, la Food and Drug Association (FDA) ha autorizzato l’utilizzo del filtro per la dialisi in situazioni d’emergenza. Secondo le informazioni di Hepburn, sono stati 300 i pazienti in condizioni critiche che sono stati sottoposti alla terapia.