Smart working, Italia: non ci siamo, la classifica è da zona retrocessione

La pandemia ha allargato in tutto il mondo un fenomeno che nell’era anti Covid-19 era prerogativa di pochi paesi, soprattutto anglossassoni e orientali, modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro. Lavoro da remoto, in due parole: smart working.

Smart Working (Adobe Stock)
Smart Working (Adobe Stock)

Lockdown e restrizioni ne hanno ampliato l’uso in tutto il mondo e anche adesso che la convivenza con il Coronavirus sembra più vivibile grazie soprattutto alla scoperta e somministrazione di vaccini su larga scala, lo smart working rimane un modus vivendi per molti, nonostante pochissimi Paesi abbiano adottato normative mirate. Un report pubblicato da Nestpick, un motore di ricerca gratuito con oltre 200 partnership, in più di 3000 città in tutto il mondo, evidenzia – ahinoi – uno switch non ancora effettuato dall’Italia, Roma in particolare.

Smart working: Roma al 62esimo posto, Bari al 69esimo. Podio a forti tinte australiane

Notebook e smartphone, strumenti fondamentali per lo smart working (Adobe Stock)
Notebook e smartphone, strumenti fondamentali per lo smart working (Adobe Stock)

La capitale d’Italia è solo al 62esimo posto della classifica dell’indice Nestpick che valuta le condizioni di lavoro ideali per i “nomadi digitali”. Su 75 Paesi, praticamente in zona retrocessione. I costi di base e i requisiti di attrezzature necessari per lavorare comodamente con minime spese extra, la facilità con cui uno straniero poteva lavorare da remoto in ogni località e l’estensione dei diritti umani e delle libertà fondamentali in ogni luogo compresi i livelli di sicurezza e sostegno per la parità di genere e l’inclusione delle minoranze e della comunità LGBT+, i tre capisaldi della ricerca Nestpick ad inchiodare l’Italia. Roma nello specifico.

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In qualità di osservatore diretto di questa crescente tendenza al trasferimento – fa sapere Nestpick in una nota – abbiamo avviato una indagine utilizzando i dati per determinare le città che non sono solo le più attraenti per i lavoratori stranieri, ma presentano anche le infrastrutture e le normative in atto per rendere loro più semplice vivere e lavorare lì”. Velocità di Internet e fisco, dunque, ci fanno crollare in classifica.

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L’indice risultante offre informazioni su un’ampia gamma di fattori che comprendono costi, infrastrutture, legislazione e vivibilità per rivelare le città più preparate ad attrarre questa nuova generazione di residenti che possono lavorare da qualsiasi posto”. Non certo in Italia.

Con il punteggio di 78,90 punti, siamo lontani per esempio da Parigi (84) e Berlino (86,60), lontanissimi dal podio, dove spiccano due città australiane come Sydney (terza) e Melbourne (prima) divise da Dubai, seconda. Il luogo perfetto per quei lavoratori che grazie allo smart working si possono spostare senza preoccupazioni da una città all’altra non è l’Italia. E pensare che Roma è la prima città dello Stivale in classifica. La seconda? Bari al 69esimo posto. No, non ci siamo proprio.