Cliccking Clean di Greenpeace denuncia Amazon di poca trasparenza nella sua politica dei consumi energetici

Secondo il report Clicking Clean di Greenpeace, la prima causa dell’incremento del traffico online e della relativa mole di dati da gestire è il video streaming, che oggi supera il 60% del traffico in rete.

Le infrastrutture digitali consumano energia quanto un intero Stato e neanche tanto piccolo, perché a livello globale sarebbe il sesto maggior consumatore di energia. Nel 2014 gli utenti che hanno navigato su Internet sono stati 3 miliardi ed aumenteranno ancora, infatti si prevede che nel 2020  gli internauti diventeranno circa 7.6 miliardi.

Quello che emerge dal report “Clicking Clean: A Guide to Building the Green Internet” effettuato da Greenpeace è che sebbene le attività quotidiane vengano ridotte da un maggior utilizzo di Internet, con una conseguente riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera da parte dei mezzi di trasporto per raggiungere i vari siti reali (uffici pubblici, privati, sede di lavoro), quello che aumenta sono i consumi elettrici e le emissioni prodotte dalll’energia elettrica consumata per far funzionare i dispositivi digitali. Infatti, l’associazione ambientalista Greenpeace ha analizzato la domanda energetica proveniente da Internet dal 2010 ad oggi e la scelta, da parte dei provider, sul tipo di fonte energetica con cui produrre l’energia che serve ad alimentare i loro stabilimenti.

Per il futuro si prevede una sempre maggiore domanda di energia elettrica a favore del settore dell’Information and Communication Technology , che dovrà essere soddisfatta con energia prodotta da fonti rinnovabili e si prevede che il consumo di elettricità a causa del crescente utilizzo di servizi ICT raggiungerà nella peggiore ipotesi una percentuale che va dal 9 al 12% dell’utilizzo globale di energia nel 2017, che corrisponde a circa 3.300 TWh, oppure, nella migliore prospettiva, che possa diminuire al 7%.

Secondo il report Clicking Clean di Greenpeace, la prima causa dell’incremento del traffico online e della relativa mole di dati da gestire è il video streaming, che oggi supera il 60% del traffico in rete e questo dato potrebbe aumentare arrivando al 76% nel 2018 grazie all’incremento dei servizi online forniti, ad esempio, da Youtube o Netflix. Per queste aziende la produzione dell’elettricità necessaria per offrire tali servizi rappresenta la spesa più alta nel loro bilancio.

Tra i provider analizzati, la Apple ha dimostrato di sentire molto il tema dell’ecologia, al punto da fare una scelta drastica; infatti l’azienda utilizzerà il 100% di energia rinnovabile per alimentare iCloud; il gigante di Cupertino si è dimostrato il più serio e determinato nel suo impegno investendo in passato nelle fonti di energia rinnovabile e con programmi specifici che riguardano il futuro, come ad esempio l’ultimo investimento da 850 milioni di dollari per alimentare le sue attività in California.

Il report di Greenpeace parla della poca trasparenza di Amazon, che l’anno scorso aveva fatto qualche passo avanti, impegnandosi ad alimentare la sua azienda con il 100% di fonti rinnovabili ed annunciando piani di acquisto di energia eolica per oltre 100 MW, ma in realtà ha continuato ad espandersi in Virginia, Paese in cui la rete elettrica è alimentata con fonti rinnovabili solo per il 2%. E  così  il mix energetico odierno di Amazon è composto solamente per il 23% da energia pulita.

Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, dice: «Amazon deve fornire più informazioni sull’impronta energetica dei suoi data center, chiarendo come intende raggiungere l’obiettivo 100 per cento rinnovabili. La rapida espansione di Amazon in Virginia, uno stato fortemente dipendente dal carbone, dovrebbe preoccupare i suoi clienti. La stessa Greenpeace Italia, che aveva mantenuto un contratto con Amazon Web Services fidandosi delle promesse di cambiamento fatte dal colosso americano, ora sta valutando di cambiare fornitore. E altrettanto sarebbe auspicabile che facessero giganti del web come Netflix o Pinterest, totalmente dipendenti da Amazon per le loro attività online».

Il motore di ricerca  Yahoo, invece, prevede di alimentarsi per il 73% di energia pulita nei prossimi anni, mentre il Social  Facebook e Google prossimamente alimenteranno i loro data center con energia rinnovabile per il 49% (il primo) e il 46% (il secondo).

Tra i providers americani ben l’84% di essi ha sentito la necessità di allinearsi con la politica ecosostenibile ricorrendo alle fonti rinnovabili per alimentare i propri data center e così hanno fatto anche molti altri operatori del settore, sia in Europa che negli Sati Uniti, avendo capito che i benefici di questa scelta ambientalista si ripercuotono, oltre sull’ecosistema, anche sulle proprie finanze. I costi dell’energia rinnovabile, infatti, sono convenienti e consentono alle aziende fornitrici di servizi tecnologici di alimentare i propri stabilimenti spendendo molto meno; infatti, dal 2008 ad oggi, i costi dell’energia solare sono diminuiti dell’ 80% a livello globale.

Secondo Greenpeace, quello che impedisce un radicale cambiamento nell’approvvigionamento energetico dei data center è l’impossibilità di poter accedere liberamente, nei Paesi in cui sono ubicati i loro data center, alle energie rinnovabili  a causa del possesso del monopolio di Stato da parte delle utility locali, le quali sono interessate a mantenere il carbone come principale fonte energetica ed a lasciare le fonti di energia pulita in secondo piano, come sta avvenendo ad esempio con Duke Energy, nel North Carolina, o con Dominion Power, in Virginia, che è luogo di maggior densità di data center negli Stai Uniti e con  Southern Company, in Georgia, o anche con Taipower, a Taiwan.

Luca Iacoboni afferma che “per alimentare Internet, le compagnie hi-tech si stanno orientando verso la scelta più intelligente: le fonti rinnovabili; si scontrano però con la resistenza di alcune compagnie che operano in regime di monopolio in luoghi chiave per questo settore, come Taiwan, o la Virginia e il North Carolina in Usa e che si rifiutano di passare a fonti rinnovabili”.

Di recente alcune utility hanno promosso l’utilizzo delle fonti rinnovabili con alcuni programmi tariffari energetici, ma i costi complessivi di questi programmi sono elevati e vanificano il risparmio che si avrebbe adottando le energie rinnovabili, perciò molti data center non hanno aderito a questi programmi.

Greenpeace, infine, fa la richiesta, alle più grandi realtà del settore ICT, di sottoscrivere programma comune a lungo termine per arrivare ad alimentare i propri data center con il 100% di energia rinnovabile, impegnandosi alla trasparenza dei dati che concernono i loro consumi energetici, dando la possibilità ai loro clienti ed agli investitori di valutare i passi che hanno fatto per trasformare in realtà concreta questo programma di protezione della Terra, del suo ambiente e degli esseri viventi che ci abitano.