La piattaforma pubblicitaria di Google accusata di violazione dell’antitrust da una coalizione di dieci stati guidati dal procuratore del Texas. Già a ottobre, il colosso di Mountain View era stato citato per monopolio illegale.
Non si placa l’attacco che le istituzioni USA hanno lanciato contro i grandi marchi dell’hi-tech a stelle e strisce. Ancora una volta a finire nel mirino dei general attorney è Google, accusato di monopolizzare illegalmente il mercato delle inserzioni pubblicitarie, violando i regolamenti antitrust. La causa ai danni della controllata di Alphabet è partita ieri su iniziativa di una coalizione di dieci stati della federazione, capitanati dal procuratore generale del Texas e sostenitore di Donald Trump, Ken Paxton.
Secondo le accuse, Google avrebbe fatto leva sulla propria posizione di monopolio illegale nel settore della pubblicità online per estromettere dal mercato la competizione. Già lo scorso ottobre il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti gli aveva contestato lo stesso reato, sia nell’industria pubblicitaria che in quella dei motori di ricerca, di cui Google detiene oltre il 90%.
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All’azione legale promossa dal Texas si sono accodati Arkansas, Indiana, Kentucky, Missouri, Mississippi, South Dakota, North Dakota, Utah e Idaho. L’obiettivo dei procuratori sarebbe costringere Google a pagare delle multe e soprattutto mettere in vendita alcune funzionalità, come ad esempio la piattaforma automatica di vendita delle inserzioni Double Click, ovvero Google AdManager. Nella tesi degli accusatori, Double Click sarebbe reo di orchestrare e indirizzare la cosiddetta “profit-chain” che va dagli inserzionisti pubblicitari agli editori che vendono gli spazi sui loro siti, di fatto mettendo fuori causa qualsiasi competitore e violando l’antitrust.
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La portavoce di Mountain View, Julie Tarallo McAlister, ha definito le accuse di Paxton “infondate”. Anzi, replica Google, la competizione nel campo della pubblicità digitale non è mai stata più leale, visto che negli ultimi dieci anni i prezzi sono calati e quelli praticati da Google sono al di sotto della media del settore. Per altro, prosegue la McAlister, la maggior parte dell’editoria online si affida a pubblicitari diversi da Google. La battaglia legale si preannuncia infuocata.
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